Il giocatore – Dostoevskij

In questo periodo di feste ci si ritrova spesso per giocare….anche somme di denaro abbastanza consistenti! Ecco un libro per non farsi prendere troppo la mano.
Dostoevskij aveva lui stesso il vizio del gioco, ed in questo libro che si legge tutto d’un fiato dà un quadro divertente di cosa significhi essere posseduti dal gioco ed anche un ritratto colorito dei vari caratteri europei, il russo, il francese, l’inglese, il tedesco.
Protagonista del romanzo è Aleksej Ivànovic, precettore presso la famiglia di un generale russo sommerso dai debiti, e follemente innamorato della figliastra del generale, Polina. La famiglia è in vacanza in una fittizia città tedesca Roulettenburg, ed è attorniata da altri personaggi: un trio di dubbia onestà, formato dal marchese des Grieux con cui il generale si è fortemente indebitato e di cui Polina pare essere innamorata; mademoiselle Blanche, un’arrivista in cerca di uomini ricchi e di cui il generale è perdutamente innamorato, e la madre di Blanche, anche se molti dubitino che ci sia una parentela tra le due; mr Astley, un inglese per bene e molto timido, innamorato di Polina ed amico di Aleksej.
Il generale aspetta con ansia la notizia della morte della nonna, la baboulinka, in modo da poter ereditare la sua fortuna, sposare Blanche, ripagare il debito a des Grieux e celebrare le nozze tra questi e Polina. Dopo una corrispondenza che faceva pensare ad un’imminente morte della baboulinka, un giorno invece di un telegramma arriva….la nonna in persona ed in ottima salute!
La nonna si rivela un personaggi sopra le righe, comanda tutti a bacchetta ed inizia a giocatore alla roulette. Non ascolta i consigli di Aleksej che la invita alla prudenza, e viene presa da una febbre per il gioco. Sta alla roulette tutto il giorno, dimenticandosi di mangiare, non stacca gli occhi dalla roulette, che è diventata la sua droga, ma alla fine la fortuna le volta le spalle e perde tutto.
Ormai in rovina, il generale viene abbandonato da mademoiselle Blanche ed anche il marchese des Grieux lascia Roulettenburg, abbandonando Polina.
Polina va a trovare Aleksej, raccontandogli tutta la verità sulla situazione economica della sua famiglia, ormai in rovina; Aleksej decide allora di andare a giocare per vincere il denaro necessario a Polina e vince. Polina però ha una reazione isterica, convinta che anche Aleksej come des Grieux voglia solo comprarla e che sia un vizioso, e fugge da mr Astley.
Aleksej viene allora convinto dalla bella mademoiselle Blanche ad andare a Parigi con lei, dove lei sperpera tutto il suo denaro. Vengono raggiunti dal generale, che finalemente riesce a sposare Blanche, e Aleksej riprende il suo viaggio tra i casinò arrivando a fare il lacchè e finendo in prigione per un debito di gioco, riscattato poi da un misterioso benefattore. Un giorno incontra mr Astley, che gli rivela che Polina è innamorata di lui e lo ha mandato per avere sue notizie, ed in segno di amicizia gli lascia del denaro. Aleksej può scegliere se usare il denaro per andare dalla sua amata Polina o continuare a sperperarlo nelle sale da gioco. La febbre del gioco ha ormai preso Aleksej e gli fa dimenticare tutto, persino i ricordi e persino il suo amore per Polina. Da perfetto giocatore Aleksej si dice che potrà andare da Polina domani e intanto fare l’ennesima, ultima giocata.
Ma chi è Aleksej, o la nonna, o gli altri giocatori? Senza andare all’estremo con le dipendenze da gioco d’azzardo, siamo noi quando non sappiamo vincere le tentazioni, anche le cose più banali come l’ultimo cioccolatino prima di iniziare la dieta lunedì, quel famoso lunedì che non arriva mai. È la persona che non riesce a dominare se stesso e pur di cedere al piacere mette da parte tutto il resto. Aleksej è un ragazzo colto, che parla e scrive correttamente tre lingue, ma che viene annientato dal vizio del gioco che lo porta persino in prigione. Aleksej arriva proprio ad annullare quello che era, tutto ciò che lo definiva.

Albert Camus – La peste

Il romanzo “La peste” fu scritto dallo scrittore franco – algerino Albert Camus nel 1947. La peste non fa da sfondo alla storia, come ad esempio nei Promessi Sposi, bensì è la storia in sé, che si articola attraverso l’analisi della diffusione dell’epidemia e dei comportamenti che ne scaturiscono negli abitanti della città colpita.
Il libro narra di un’epidemia di peste che scoppia nella città di Oran, città costiera algerina. La diffusione della peste è metafora della diffusione del male nella mente dell’uomo, in particolare del nazismo. Il romanzo è infatti scritto quando le ferite della seconda guerra mondiale sono ancora vivide, è vuole essere un monito a non abbassare la guardia perché il seme del nazismo non muore.
Protagonista del romanzo è il dottor Rieux, che organizza una squadra di assistenza sanitaria con la speranza che l’unione e la forza di volontà possa aiutare a fronteggiare l’epidemia. I personaggi descritti dall’autore rappresentano diverse personalità e diversi comportamenti nell’affrontare il male.

Perché mi piace il libro: non conoscevo Camus, e trovo particolare il fatto che la peste non faccia da sfondo a una storia ma sia la storia stessa. L’evoluzione dell’epidemia come dei comportamenti umani e degli stati d’animo sono descritti magistralmente dall’autore. Dal confronto con una situazione così difficile scaturiscono delle riflessioni sull’uomo e sulla vita interessanti.
Cosa non mi piace: allo stesso tempo per il fatto che la protagonista della storia sia l’epidemia di peste ho trovato il racconto un po’ lento a volte.

Personaggi che ho preferito:
Il dottor Rieux – protagonista del romanzo. Nonostante la preoccupazione per la moglie malata andata a curarsi in un’altra città, trova la forza giorno per giorno per combattere la peste. Persona pacata, ragionevole, non dà giudizi affrettati su coloro che preferiscono fuggire (clandestinamente) da Oran, anziché restare e dare una mano. Guida una squadra di assistenza sanitaria che svolge un lavoro esemplare considerate le poche risorse a disposizione.
Tarrou – sua l’iniziativa di formare una squadra di assistenza sanitaria. È opposto a padre Paneloux nel senso che egli aspira alla santità senza Dio. Da giovane era destinato a seguire la carriera forense del padre, ma un giorno assistette ad un’arringa del padre che chiedeva la pena di morte per l’imputato e questo lo fa entrare in crisi e mettere in discussione i suoi principi. Interessante il monologo sulla pena di morte. I suoi valori sono la compassione ed il forte senso dell’amicizia.
La madre di Rieux – sembra quasi di vedere i suoi dolci occhi materni. Sembra la personificazione della bontà e della pazienza, di quel tipo di bontà che dà forza e speranza anche in situazioni così difficili.

Tra gli altri personaggi….
ad esempio vi è Cottard, ricercato dalla polizia, e che nella peste trova sollievo in quanto tutte le forze dell’ordine sono concentrate nella gestione dell’emergenza e pertanto sa che finchè ci sarà la peste sarà libero. Strano e assurdo l’episodio in cui, finita l’epidemia di peste, Cottard, barricatosi in un edificio e cominciato a sparare sulla folla, viene infine portato via dagli agenti.
Padre Paneloux – lui e Rieux lottano la peste trovando forza in principi diversi. Al principio dell’epidemia egli vede la peste come una punizione per la società; il suo punto di vista cambia con il tempo, soprattutto dopo aver visto morire un bambino. Nella sua predica finale infatti non cerca più di spiegare il male, ma afferma che bisogna accettarlo come atto di fede. Da qui il contrasto con Rieux, che nel dialogo con il sacerdote, afferma che non si rassegnerà mai al male ma cercherà sempre di opporvisi.

La storia è narrata in prima persona da un narratore che si rivela solo alla fine, e che vuole lasciare il monito da non abbassare mai la guardia perché il seme del male non muore mai.

L’ebola e la peste

C’era stato un picco mediatico nei mesi scorsi sull’epidemia di ebola che sta affliggendo alcuni Paesi dell’Africa occidentale, con tanto di iniziale psicosi sulla diffusione della malattia in Europa.
I riflettori sull’ebola si sono accesi con i primi contagi dei missionari europei in estate, ed il vero e proprio boom mediatico si ebbe con il contagio dell’infermiera spagnola Teresa Romero, successivamente guarita, sebbene l’epidemia di ebola in Africa fosse iniziata a febbraio 2014. Proprio come nel romanzo “La peste” di Albert Camus, le reazioni di fronte alla paura, più o meno reale, di un’epidemia sono varie. Nel romanzo c’era chi reagiva alla diffusione della peste barricandosi in casa; chi invece non rinunciava alle proprie abitudini e ai piccoli piaceri, come andare al ristorante, seppur evitando accuratamente il contatto con gli altri; c’era il caso degli attori di teatro rimasti bloccati dal cordone sanitario, che ripropongono ogni sera la stessa rappresentazione; tutti comportamenti ed episodi sapientemente descritti ed analizzati dall’autore.
Allo stesso modo abbiamo assistito a una varietà di comportamenti, da chi ha cercato di strumentalizzare l’epidemia per una campagna anti immigrazione, da chi scendeva in piazza contro la soppressione del cane Excalibur dell’infermiera spagnola, per non parlare delle continue notizie su un’eventuale vaccino italiano mai confermate e svanite nel nulla.
Ad Oran, la città colpita dalla peste nel romanzo di Camus, la voglia di tornare alla normalità, che comunque può essere vista come un’espressione dell’istinto di sopravvivenza, è più forte di tutto: quando la città è dichiarata libera dalla peste la gente scende in strada e festeggia, sembrerebbe immemore della tragedia appena sofferta e delle migliaia di persone che non sono sopravvissute. Così quando la Spagna è stata dichiarata libera dall’ebola e in generale quando ci siamo resi conto che non eravamo minacciati dall’epidemia, noi non solo tiriamo un sospiro di sollievo ma dimentichiamo.
Ad oggi, quando i decessi per ebola hanno superato quota 15000, le uniche notizie sull’ebola nei telegiornali riguardano un medico ricoverato a Roma, come a dire che esistono malati di serie A e di serie B.

18 è un numero primo

La tendenza degli ultimi decenni è stata quella di rendere sempre più flessibile il mondo del lavoro. Dal governo Monti si condannava addirittura la staticità del posto di lavoro, come se fosse un peccato da estirpare. Una cosa inconcepibile ambire ad uno dei diritti garantiti dalla costituzione, il lavoro, attraverso il quale l’uomo ritrova la sua dignità e che quindi meriterebbe di essere tutelato.
Con l’entrata in vigore del “jobs act” (perché una terminologia inglese per una legge italiana?!?) l’articolo 18 della legge 300/1970, conosciuta come Statuto dei lavoratori, viene sorpassato. Mi chiedo innanzitutto perché un premier del PD abbia così tanto a cuore la tutela degli imprenditori e la simpatia di confindustria a scapito dei lavoratori, categoria che dovrebbe tutelare; e poi mi chiedo come si possa usare l’espressione “tutele crescenti in base all’anzianità” quando di tutela c’è ben poco: per i nuovi assunti, in caso di licenziamento senza giusta causa, non è previsto il reintegro nel posto di lavoro bensì un indennizzo economico, crescente con l’anzianità lavorativa. Ecco in cosa consistono queste “tutele”. Anche stavolta le parole sono importanti per addolcire la pillola…
Il nostro scarso interesse verso l’importanza dell’articolo 18 venne dimostrato in occasione del referendum del giugno 2003. Il referendum in sostanza proponeva di estendere il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa anche alle imprese con meno di 15 dipendenti, ma il quorum non venne raggiunto.
L’articolo 18 non può essere scomposto, diviso, semplificato, perché i diritti o si danno o non si danno a metà, soprattutto quando si parla di diritti dei lavoratori. Poi, come rendere più facili i licenziamenti possa aiutare la ripresa di un Paese in piena crisi, per me è davvero un mistero….