Elizabeth come Gengè?

Come ci vedono gli altri? Quali e quanti ruoli ci ritroviamo a interpretare? Gli altri percepiscono di noi la stessa immagine che noi abbiamo di noi stessi?

Il conflitto fra l’io interiore e i numerevoli io che ci rappresentiamo è ciò che accomuna Elizabeth, il personaggio principale di “Persona” di Bergman, e Gengè, ossia il Vitangelo Mostarda di “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello.

Il caro Gengè a furia di rimuginare e rimuginare ci perde il senno e non solo, infatti anche moglie e ricchezze prendono il volo assieme alla sua ragione.

Elizabeth è invece un’attrice che il contrasto fra ciò che è ed i vari ruoli che impersona porta a prendere una decisione estrema: smettere di parlare. Lei non riesce più a fingere nè sul palcoscenico nè nella vita, dove deve recitare la parte della madre amorevole mentre invece non prova nessun sentimento per il figlio.

Ma come accettare il fatto che, volenti o nolenti, interpretiamo dei ruoli nella vita e soprattutto che gli altri hanno un’immagine di noi diversa da quella che vogliamo proporre? Alla Gengè? Che pur di fare un dispetto agli altri distruggendo l’immagine che hanno di lui finisce in rovina, ridicolizzato da tutti. O alla Elizabeth, che decide di non essere più nessuno smettendo di parlare ed entrando in uno stato di apatia per non essere più costretta ad essere qualcuno che in realtà non è?

E poi, chi è il vero “io”, forse anche l’idea che abbiamo di noi stessi è alterata. Forse meglio non rimuginarci su troppo per evitare di finire in un ospizio come Gengè, libero sì da ogni regola, ma felice con quella felicità che solo i pazzi comprendono.

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