Nel segno della pecora – Haruki Murakami

Nel segno della pecora

Come avevo detto ho iniziato a leggere Murakami e sto procedendo in ordine cronologico dopo aver letto dei consigli qua e là in rete.
Ho iniziato quindi con Nel segno della pecora, uno dei primi libri dell’autore, scritto nel 1982. Ho letto il libro tutto d’un fiato, ma ho impiegato altrettanto tempo per rifletterci su, perchè il finale mi ha lasciata un po’ insoddisfatta, ma forse proprio tutto il libro.
Mi è piaciuto lo stile molto scorrevole, mi piacciono i libri che si lasciano divorare e che non si stanziano sul comodino per mesi. La storia è molto surreale e la ricerca della pecora è una metafora della ricerca del senso della vita, ma anche la metafora di un Giappone in preda alla corruzione, un Paese con forti contraddizioni essendo passato dall’essere una società feudale ad essere una grande potenza mondiale nel giro di pochissimo tempo. Nel libro viene dato un piccolo excursus storico del Giappone a partire da fine ‘800, dando poi un quadro del dopo guerra del Paese, e c’è una forte critica alle persone che si lasciano sedurre dal potere e dai giochi della politica.
Una delle cose che mi hanno colpita subito è il fatto che non conosciamo mai il nome dei personaggi, ma questi vengono nominati solo in base alla loro funzione: “la mia ragazza”, “il mio socio”, “il professor Pecora”, ecc. In un dialogo circa a metà libro i personaggi discutono sul perchè il protagonista non abbia mai dato un nome al proprio gatto e da lì parte una dibattito sul perchè si dia un nome ad alcune cose invece che ad altre; riguardo agli animali si sostiene che si dia un nome solo a quelli in grado di avere un scambio affettivo con gli uomini, mentre le cose hanno un nome in base alla loro funzione. Da qui emerge una visione molto pessimista del genere umano: instauriamo relazioni con gli altri solo perchè ci sono utili in qualche modo, ma non siamo mai in grado di comprenderci a fondo gli uni con gli altri e questo dà un senso di profonda solitudine.
Il protagonista mi ricorda un po’ l’inetto di Svevo, accanito fumatore, insoddisfatto della propria vita che lui stesso giudica noiosa, senza fare però nulla per cambiarla; tuttavia non è un debole, una nullità, al contrario di chi si è fatto corrompere dalla pecora….
Molti i temi trattati in questo libro, tutti però in maniera superficiale a mio parere, ma questa è un po’ la pecca delle prime opere. Sicuramente continuerò a leggere questo autore perchè l’atmosfera surreale che si respira nel libro è molto intrigante e originale e poi ha sempre come sottofondo degli ottimi brani musicali.

La città incantata

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La città incantata è un film di animazione del regista giapponese Hayao Miyazaki, record di incassi in Giappone e vincitore di un premio oscar.
Una delle curiosità del film è che Miyazaki si è ispirato alle figlie di alcuni suoi amici per il personaggio principale, Chihiro, una bambina di 10 anni, ed ha voluto realizzare un film in cui potevano identificarsi con l’eroina. Chihiro è una bambina capricciosa all’inizio del film, ma dopo la sua avventura nella città incantata si scoprirà una bambina molto forte e coraggiosa.
La storia racconta del viaggio di Chihiro e dei suoi genitori, che si stanno trasferendo a vivere in una nuova città e per questo la bambina è triste e imbronciata. A un certo punto si fermano e scoprono una città che sembra deserta, con prelibatezze ovunque e a portata di mano, ma che ben presto si rivelerà essere una città incantata….
Inizia qui il vero viaggio di Chihiro, che da bambina impaurita e capricciosa si scoprirà una vera eroina. In questa città la strega Yubaba impedisce ai mal capitati di andarsene rubando il loro nome: Chihiro diventa Sen, dopo che la strega le ruba alcune lettere del suo nome. Chihiro letteralmente significa “mille braccia”, intese come unità di misura, mentre Sen significa solo mille: una volta che le è stata rubata la sua identità la bambina è diventata un numero fra tanti. Il titolo originale ha a che fare proprio con la relazione tra nome e identità, e la traduzione inglese “Spirited away” sicuramente rende meglio l’idea rispetto a quella italiana.
Il film è proprio bello da vedere, la qualità dei disegni è eccellente, e come si può leggere tra le curiosità del film ci sono sempre dei piccoli particolari che lo rendono “reale”.
Gli altri personaggi del film sono spiriti o personaggi fantastici, i cui nomi descrivono chi sono, e attraverso i quali vengono trattati diversi temi quali la cupidigia, l’avarizia, il rispetto per l’ambiente (tema caro a Miyazaki) e l’educazione e la crescita dei bambini, che senza i giusti riferimenti possono “perdere il loro spirito”. Tra i vari spiriti c’è lo spirito senza volto che rappresenta il Giappone moderno, un Paese in cerca della propria identità.
Nel film ci sono inoltre dei momenti di pausa, chiamati “Ma” in giapponese che, come spiega lo stesso Miyazaki in un’intervista, sono molto importanti alla dinamica della storia e servono a mantenere l’attenzione dello spettatore; il regista fa un paragone con l’applauso, che non sarebbe percepito senza le pause tra le battute delle mani.
Infine un’ultima curiosità sul pacifista Miyazaki, che non si presentò alla cerimonia degli Oscar del 2003 perchè contrario alla guerra in Iraq.

L’arte di correre – Haruki Murakami

Non avevo mai letto Murakami, mi riproponevo sempre di iniziare a leggere i suoi libri quando un giorno mi è stato prestato questo libro. L’arte di correre è un libro autobiografico di Murakami e leggendolo si capisce perchè parlando della corsa parli della sua vita. Il titolo inglese What I talk about when I talk about running si ispira alla raccolta di racconti di Raymond Carver What we talk about when we talk about love.

L'arte di correre

Il libro l’ho letto tutto d’un fiato e mi ha convinta ancora di più a leggere i suoi romanzi, cosa che ho già iniziato a fare. Essendo un’autobiografia non ha chiaramente lo stile particolare dei romanzi, ma è certamente una lettura che cattura.

Murakami si racconta attraverso la sua passione per la corsa (è un ultramaratoneta e ha partecipato a gare di triathlon), racconta di come abbia iniziato la sua attività di scrittore e di corridore e del perchè le due cose vadano di pari passo. Mi ha sorpreso come Murakami racconti del suo bisogno di disciplina per la sua vita di scrittore e di come correre lo aiuti in questo, perchè immaginavo la vita di un creativo essere tutt’altro che metodica.

Questo libro mi ha trasmesso un’energia incredibile, esattamente la stessa sensazione di energia e di “vita” che si ha dopo una bella corsetta; ma non è solo un libro per amanti della corsa, è un inno alla vita che ci ricorda che il nostro corpo ci è stato dato in dono e in quanto tale dobbiamo prendercene cura e usarlo al meglio.

Qualunque sia la tua passione, la cosa che ti dà la carica per affrontare tutti gli impegni della vita, falla con tutto te stesso e non abbandonarla mai.