Belle de jour

belle de jour

Sogno e realtà si mischiano in “Belle de jour”, il celebre film del 1967 di Luis Buñuel con protagonista Catherine Deneuve, tratto da un romanzo di Joseph Kessel. Nel film ritroviamo tutti i temi caratteristici di Buñuel: l’inconscio, la sessualità, la critica anti borghese e anti clericale.
Il sogno è il mezzo usato dal regista per indagare l’inconscio di Severine, una giovane borghese moglie di un medico, che però non riesce ad avere rapporti fisici col marito (vediamo nel film che dormono in letti separati), ed è interessante vedere l’evoluzione delle fantasie di questa donna che si rifugia in esse usandole come terapia.
Sin dalla prima scena capiamo che Severine ha delle tendenze masochiste: sogna infatti che il marito la punisca facendola frustare, e queste tendenze diventeranno sempre più chiare nel corso del film.

Scopriamo durante il film che Severine è stata molestata da piccola e il regista attribuisce all’educazione cattolica il suo senso di colpa che da adulta le impedisce di vivere la vita matrimoniale; a riprendere il tema della critica all’educazione cattolica vi sono la scena in cui Severine bambina rifiuta di fare la prima comunione e la scena in cui Severine sogna il marito ed un suo amico che dicono che i nomi di alcuni buoi sono rimorso ed espiazione e subito dopo le tirano del fango addosso.
La vita di Severine, giovane borghese modello di virtù, prenderà una piega inaspettata (sarà vero?), rivelando sempre più le sue tendenze masochiste quasi in un climax.
Sogno e realtà non sono ben separati nel film, ma vi sono degli elementi che aiutano a capire quando si è in un sogno, come l’esasperazione di alcune situazioni (le scene nella casa di appuntamenti sembrano essere delle caricature, i clienti sono dei personaggi assurdi), o un suono di campanelli che si sente in più di una scena, o la misteriosa scatola di un cliente della casa di appuntamenti.
Buñuel è un maestro nell’indagare l’inconscio come il “posto” dove risiede la nostra sessualità e che rivela molto più di una persona che non la sua realtà; in “Belle de jour” vediamo come le esperienze passate, l’educazione possano determinare la sessualità di una persona, e come possa esserci una parte della personalità che viene fuori soltanto nel mondo delle fantasie/sogni, il tutto in un mix di tensione, tragedia e comicità.

La città incantata

la-città-incantata-locandina

La città incantata è un film di animazione del regista giapponese Hayao Miyazaki, record di incassi in Giappone e vincitore di un premio oscar.
Una delle curiosità del film è che Miyazaki si è ispirato alle figlie di alcuni suoi amici per il personaggio principale, Chihiro, una bambina di 10 anni, ed ha voluto realizzare un film in cui potevano identificarsi con l’eroina. Chihiro è una bambina capricciosa all’inizio del film, ma dopo la sua avventura nella città incantata si scoprirà una bambina molto forte e coraggiosa.
La storia racconta del viaggio di Chihiro e dei suoi genitori, che si stanno trasferendo a vivere in una nuova città e per questo la bambina è triste e imbronciata. A un certo punto si fermano e scoprono una città che sembra deserta, con prelibatezze ovunque e a portata di mano, ma che ben presto si rivelerà essere una città incantata….
Inizia qui il vero viaggio di Chihiro, che da bambina impaurita e capricciosa si scoprirà una vera eroina. In questa città la strega Yubaba impedisce ai mal capitati di andarsene rubando il loro nome: Chihiro diventa Sen, dopo che la strega le ruba alcune lettere del suo nome. Chihiro letteralmente significa “mille braccia”, intese come unità di misura, mentre Sen significa solo mille: una volta che le è stata rubata la sua identità la bambina è diventata un numero fra tanti. Il titolo originale ha a che fare proprio con la relazione tra nome e identità, e la traduzione inglese “Spirited away” sicuramente rende meglio l’idea rispetto a quella italiana.
Il film è proprio bello da vedere, la qualità dei disegni è eccellente, e come si può leggere tra le curiosità del film ci sono sempre dei piccoli particolari che lo rendono “reale”.
Gli altri personaggi del film sono spiriti o personaggi fantastici, i cui nomi descrivono chi sono, e attraverso i quali vengono trattati diversi temi quali la cupidigia, l’avarizia, il rispetto per l’ambiente (tema caro a Miyazaki) e l’educazione e la crescita dei bambini, che senza i giusti riferimenti possono “perdere il loro spirito”. Tra i vari spiriti c’è lo spirito senza volto che rappresenta il Giappone moderno, un Paese in cerca della propria identità.
Nel film ci sono inoltre dei momenti di pausa, chiamati “Ma” in giapponese che, come spiega lo stesso Miyazaki in un’intervista, sono molto importanti alla dinamica della storia e servono a mantenere l’attenzione dello spettatore; il regista fa un paragone con l’applauso, che non sarebbe percepito senza le pause tra le battute delle mani.
Infine un’ultima curiosità sul pacifista Miyazaki, che non si presentò alla cerimonia degli Oscar del 2003 perchè contrario alla guerra in Iraq.

Biutiful

Film di Alejandro González Iñárritu, regista di “Birdman” che sinceramente non ho apprezzato, l’ho trovato noioso e con un finale senza senso, ma io non sono un’esperta ovviamente.

“Biutiful” invece lo trovo eccezionale, anche grazie alla superba interpretazione di Javier Bardem.

Biutiful img

Fortunatamente Iñárritu abbandona gli intrecci eccessivi di “21 grammi”, raccontando un’unica storia principale con qualche incursione qua e là sulle vite degli altri personaggi che però non risulta pesante. Cede un po’ agli intrecci temporali con la scena del dialogo tra il protagonista e la figlia con cui il film inizia e finisce, unico sprazzo di romanticismo in un film tanto amaro.

Anche in Biutiful la protagonista è la morte: il protagonista, Uxbal, è malato terminale di un cancro alla prostata e insieme al suo peggioramento fisico vediamo il degrado della vita e della società in cui vive.

In una Barcellona che non è quella della movida e di Gaudì, ma quella delle ciminiere, dei clandestini che lavorano in condizioni disumane, Uxbal cerca una redenzione quasi egoistica dai suoi peccati prima di morire (“io non sfrutto gli immigrati, li aiuto a trovare lavoro” dice in una scena).

La morte è presente di continuo nel film, quando vediamo Uxbal mettere in comunicazione i defunti con i loro cari ( non si capisce se in mala fede o convinto di questo suo potere); quando capisce che i suoi figli cresceranno senza un padre come era successo a lui e, volendo vedere il padre almeno una volta, lo fa riesumare; quando il mare restituisce i corpi di immigrati cinesi.

Questo film ci fa vivere il degrado, le brutture della vita, con un uso molto sapiente della fotografia ma sopratutto grazie ad uno straordinario Bardem che ci porta dentro al personaggio, nelle sue preoccupazioni di genitore, nelle sue crisi di coscienza, nella sua malattia e anche nella serenità dell’ultima scena.

Mulholland drive – la mia interpretazione

Premessa: il post è indirizzato a chi ha già visto il film, altrimenti sono sicura che risulti troppo confusionario.

Con Mulholland drive Lynch ci porta nella dimensione del sogno/allucinazione dove lui esplora la parte inconscia dei suoi personaggi. Di questo film ho apprezzato la maniera in cui è strutturato piú che la storia in sè, ossia come il regista usi tutti i mezzi a sua disposizione per portarci nel flusso di coscienza della protagonista e anche per darci degli indizi affinchè possiamo comprendere il film.
Ad esempio all’inizio del film vediamo delle persone vestite stile anni 50 che ballano e, per come è fatta la scena, ci si aspetta che la storia debba ancora iniziare mentre invece siamo già nel film e questa scena rappresenta una gara di ballo vinta da Betty (la protagonista) che ha usato il denaro della vincita per andare a Hollywood.
Ma andiamo con ordine.
Nel film abbiamo due dimensioni, la realtà e il sogno; queste due parti sono drasticamente separate nel film dall’apparizione di una scatola blu, che potrebbe rappresentare il legame tra queste due dimensioni, cioè come la realtà influenzi il nostro subconscio o, viceversa, come non sia possibile fuggire dalla realtà.

Prima parte del film – dimensione del sogno. Vediamo una bella ragazza dai capelli scuri che riesce a sfuggire ai sicari che volevano ucciderla grazie ad un incidente (questo potrebbe essere il desiderio di Diane che Camilla riesca a sfuggire al killer che lei ha assoldato).
La ragazza è in stato di shock ed inizia a camminare verso la città; arriva di fronte alla casa di un’anziana signora dai capelli rossi che sta partendo. Mentre la signora mette i bagagli nel taxi la ragazza entra in casa e si nasconde. Non mi è chiaro se la donna la veda o no (potrebbe essere un altro inidizio che siamo in un sogno); ad ogni modo la donna parte e la ragazza resta in casa.
In casa arriva la nipote dell’anziana signora, una ragazza super entusiasta che è venuta ad Hollywood per inseguire il suo sogno di diventare attrice. Vediamo Betty, questo il nome della ragazza, arrivando dall’aeroporto parlando con una donna del suo sogno di diventare un’attrice di Hollywood, e in seguito vediamo questa donna in un taxi con uomo ridendo in maniera esagerata (probabilmente Betty/Diane sta sognando che i suoi genitori ridono di lei, del suo insuccesso; loro sono le stesse persone che vediamo alla fine del film in un’allucinazione/sogno entrare da sotto la porta nella casa di Diane).
Nel frattempo vediamo una scena apparentemente sconnessa dal film, in cui un uomo in un bar racconta di essere spaventato da un sogno che ha fatto dove vedeva un mostro nella strada dietro al bar; ma quando va a controllare vi trova davvero il mostro ed ha un infarto per lo shock.
Torniamo da Betty che trova nell’appartamento la ragazza, che dice di chiamarsi Rita, ma dopo confessa di aver perso la memoria in un incidente ed ha con sè solo una borsa che contiene molto denaro e una chiave blu; Betty reagisce come se la situazione sia del tutto normale ed offre di aiutare Rita cercando di scoprire la verità su ciò che è successo (una reazione completamente surreale).
Betty racconta a Rita che lei è venuta ad Hollywood grazie al denaro che ha vinto in una gara di ballo, e che ha un provino il giorno dopo. Quando Betty prova la parte aiutata da Rita, Betty è bravissima mentre Rita è terribile (Betty/Diane sta sognando la sua rivincita su Rita/Camilla; nella realtà Camila sta avendo una carriera come attrice mentre il sogno di Diane è infranto). Poi, quando Betty va a fare l’audizione è veramente stupefacente, e tutti sono entusiasti della sua interpretazione.
Mentre le due ragazze indagano sull’incidente risalgono al nome di Diane Selwyn, che sembrerebbe essere la vera identità di Rita. Le ragazze si dirigono allora alla casa di Diane, ma fanno un’orribile scoperta: Diane giace morta sul suo letto.
Nel frattempo assistiamo alle mille dasavventure che capitano al regista Adam Kesher. Vediamo degli assurdi personaggi (padrino style) imporgli la ragazza da scegliere per il film “Sylvia north story”, e la ragazza è Camilla Rhodes. Dopo, quando Adam torna a casa, scopre la moglie con un amante che, come se non bastasse, lo picchia; ma i suoi problemi continuano con il blocco della sua carta di credito e l’incontro con un personaggio surreale, il cowboy, che gli fa pressioni sulla scelta della ragazza giusta per “Sylvia north story”. (Betty/Diane sta sognando la sua vendetta sul regista che non l’aveva scelta per quel film).
Ad un certo punto abbiamo una scena apparentemente disconnessa con il resto del film: un killer imbranato e le disastrose conseguenze della sua missione (vedremo che lui è il killer ingaggiato da Diane per uccidere Camilla; i suoi sensi di colpa le fanno sognare/sperare che il killer non sia bravo e non riesca ad uccidere la ragazza).
Toriniamo alle ragazze, che iniziamo ad avere una relazione. Nel sonno Camilla inizia a parlare in spagnolo, si risveglia e si è ricordata di un posto; le due ragazze nel cuore della notte si dirigono in questo luogo, il club Silencio.
La scena al club Silencio è molto importante per il film. Si esibisce una cantante con una voce bellissima, ma la cosa più importante sono le parole della sua canzone: parla della sua storia d’amore finita, di come lei pensava di farcela a dimenticare ma poi si rende conto se il dolore non passerà e lei continuerà a piangere e piangere, che è ciò che è successo a Diane. Allora Diane realizza che l’unica cosa che può darle sollievo è il silenzio, ossia cancellare sia Camilla che se stessa. A metafora di questo vediamo che la cantante sviene (o muore) mentre la canzone continua nonostante non ci sia piú l’interprete, cioè il dolore di Diane continua comunque anche dopo aver eliminato Camilla.
Ad un tratto le ragazze trovano vicino a loro una scatola blu con una serratura triangolare, che combacia con la chiave che ha Rita.
Le due tornano a casa e Betty scompare all’improvviso (vediamo Rita che la cerca disorientata), Rita apre la scatola blu e siamo portati dentro la scatola nella transizione tra il sogno e la realtà.

Seconda parte del film – dimensione della realtà. Come scena di transizione vediamo l’anziana signora dai capelli rossi tornare a casa e trovarla in perfetto ordine, come se non ci fosse stato nessuno. Il letto è in ordine, non ci sono i vestiti delle ragazze….era reale ciò che abbiamo visto finora??
Ci troviamo nella casa di Diane Selwyn e vediamo che Betty viene svegliata dal cowboy. Adesso la ragazza che finora abbiamo conosciuto come Betty è Diane e trova la chiave blu sul suo tavolo.
La vediamo ricordare (o immaginare??) la sua relazione con Rita, che scopriamo essere Camilla Rhodes, e come Camilla l’ha lasciata.
Abbiamo quindi quella che per me è la scena chiave del film. Camilla ha invitato Diane ad un cena presso una villa in mulholland drive (dove Rita ha avuto l’incidente all’inizio del film). Vediamo Diane dire all’autista le stesse parole che dice Rita all’inizio del film “non è questo il posto”, e dopo ci ritroviamo a cena a casa del regista Adam Kesher. La madre di Adam chiede a Diane come ha conosciuto Camilla e cosa faccia nella vita; Diane racconta che è venuta ad Hollywood grazie all’eredità avuta da sua zia Rita (che lei ha sognato essere viva), ha incontrato Camilla al casting di “Sylvia north story”, in cui fu scelta Camilla. Possiamo vedere che lei racconta tutto questo con un po’ di disagio e continua dicendo che Camilla l’ha aiutata ad ottenere alcune parti, dato che la sua carriera è decollata; quindi possiamo vedere che lei si senta inferiore a Camilla in un certo senso.
Durante la cena vediamo tutti i personaggi che abbiamo visto nel film: i gangster italiani, il cowboy, la bionda attrice che era Camilla Rhodes nella prima parte del film. Quindi Camilla e Adam annunciano il loro fidanzamento e vediamo Diane piangere di gelosia.
Siamo adesso nel bar dove abbiamo visto, all’inizio del film, l’uomo che raccontava il suo incubo. Diane sta assoldando un killer (lo stesso che abbiamo vista nella ridicola scena della prima parte) per uccidere Camilla. Il killer le dice che quando avrà compiuto l’omicidio le farà trovare una chiave blu come segno. Nel bar Diane legge il nome della cameriera che li sta servendo, Betty, e vede alla cassa l’uomo affetto da incubi, tutte cose che rielaborerà nel suo sogno.
Diane è casa adesso ed è depressa, va a letto, capiamo che si sente schiacciata dal peso del suo insuccesso dall’allucinazione dei suoi genitori che ridono di lei, entrando come due miniture da sotto la porta; prende una pistola dal cassetto e si suicida….quindi adesso capiamo chi è la ragazza trovata morta in casa nella prima parte del film.
Il film termina con l’immagine del mostro che si trova dietro il bar che tiene in mano la scatola blu. Questo potrebbe significare che non possiamo fuggire dalla realtà, non si può trovare rifugio nei sogni, siamo costretti ad affrontare la realtà e questo a volte può essere insopportabile.
L’ultimissima scena è la donna del club Silencio che dice solo “silencio”. Adesso i tormenti di Diane sono finiti.

Mi è piaciuto – L’attenzione si mantiene sempre molto alta nel cercare di capire cosa stia succedendo nel film e come interpretarlo. Lynch è un maestro nell’esplorare la dimensione del sogno, e questo rende interessante anche una storia che non ha chissà che significato o profondità (se fosse stata raccontata in maniera cronologica sarebbe un comune giallo); si è partecipi del cambio di personalità di Diane, vediamo come le aspettative e i sogni infranti possono cambiare una persona fino alle estreme conseguenze. Mi è piaciuta molto Naomi Watts e l’atmosfera del film data dalle luci e colori che trasmettono quella stessa sensazione di incertezza che si ha nei sogni.

Non mi è piaciuto – Il film ha però tanti cambi di scene e troppo simbolismo, che lo rendono intricato. Si riesce a dare una spiegazione coerente dopo varie volte che si è visto il film.

Elizabeth come Gengè?

Come ci vedono gli altri? Quali e quanti ruoli ci ritroviamo a interpretare? Gli altri percepiscono di noi la stessa immagine che noi abbiamo di noi stessi?

Il conflitto fra l’io interiore e i numerevoli io che ci rappresentiamo è ciò che accomuna Elizabeth, il personaggio principale di “Persona” di Bergman, e Gengè, ossia il Vitangelo Mostarda di “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello.

Il caro Gengè a furia di rimuginare e rimuginare ci perde il senno e non solo, infatti anche moglie e ricchezze prendono il volo assieme alla sua ragione.

Elizabeth è invece un’attrice che il contrasto fra ciò che è ed i vari ruoli che impersona porta a prendere una decisione estrema: smettere di parlare. Lei non riesce più a fingere nè sul palcoscenico nè nella vita, dove deve recitare la parte della madre amorevole mentre invece non prova nessun sentimento per il figlio.

Ma come accettare il fatto che, volenti o nolenti, interpretiamo dei ruoli nella vita e soprattutto che gli altri hanno un’immagine di noi diversa da quella che vogliamo proporre? Alla Gengè? Che pur di fare un dispetto agli altri distruggendo l’immagine che hanno di lui finisce in rovina, ridicolizzato da tutti. O alla Elizabeth, che decide di non essere più nessuno smettendo di parlare ed entrando in uno stato di apatia per non essere più costretta ad essere qualcuno che in realtà non è?

E poi, chi è il vero “io”, forse anche l’idea che abbiamo di noi stessi è alterata. Forse meglio non rimuginarci su troppo per evitare di finire in un ospizio come Gengè, libero sì da ogni regola, ma felice con quella felicità che solo i pazzi comprendono.