L’eterna diatriba su….quando aggiungere il sale all’acqua della pasta!

Non so se a voi è capitato di discutere su quando è meglio aggiungere il sale all’acqua della pasta, se prima o dopo la bollitura….è vero che il sale aumenta i tempi di ebollizione dell’acqua, perchè ne fa aumentare la temperatura di ebollizione, ma vediamo perchè accade e se questo cambia qualcosa per la nostra acqua che bolle in pentola!

Quando bolle l’acqua?

  • In una miscela liquida si raggiunge l’equilibrio tra la fase liquida e quella aeriforme quando non ci sono variazioni nella concentrazione di molecole di ciascuna fase.
  • Si chiama pressione di vapore di un liquido la pressione del suo vapore quando si giunge all’equilibrio tra la fase liquida e quella aeriforme.
  • Quando la pressione di vapore uguaglia la pressione atmosferica si ha l’ebollizione, ossia la vaporizzazione di tutta la massa del liquido e non solo dello strato superficiale (evaporazione).
    Per l’acqua pura questo avviene ad una temperatura di 100°C ad una pressione atmosferica di 1 atm (sul livello del mare).
  • L’innalzamento della temperatura fa aumentare la pressione di vapore (per questo dobbiamo mettere la nostra pentola sul fuoco e portarla alla temperatura di 100°C).

Cosa succede quando aggiungo il sale?

  • Aggiungo il sale, quindi un soluto, e le sue particelle si distribuiscono in tutta la soluzione, anche vicino alla superficie libera.
  • Il passaggio delle molecole d’acqua allo stato di vapore è più difficile, ci sono meno molecole che passano allo stato di vapore e quindi la pressione di vapore della soluzione (acqua + sale) è minore rispetto a quella dell’acqua pura.
  • Partendo da un valore di pressione di vapore più basso per raggiungere 1 atm (atmosfera) ho bisogno di una temperatura più alta e quindi di più tempo per raggiungerla.

Ma…..nella mia pentola?

Per far aumentare di 1°C la temperatura di ebollizione di 1l d’acqua sono necessari 58 g di sale. E’ chiaro che quando cuciniamo ne mettiamo molti di meno, quindi il fenomeno è irrilevante!

N.B. Una soluzione oltre ad avere un punto di ebollizione più alto ha anche un punto di congelamento più basso rispetto all’acqua pura (in generale del solvente puro). Ecco perchè si mette il sale in strada in inverno…..sempre se non ne abbiano terminato la scorta!

 

Things fall apart (Il Crollo) – Chinua Achebe

Inauguro il 2016 con un post in arretrato. Intanto auguro a tutti un felice 2016, sperando che il nuovo anno porti un clima più sereno di quello che stiamo vivendo.

Per quanto riguarda il blog spero di poter riparare presto il computer, che è il motivo per cui non riesco ad essere costante con i post, di scrivere più “pillole di scienza” e in generale di essere più presente.

Iniziamo l’anno con un libro che è stato inserito nella lista dei 100 migliori libri di tutti i tempi dal The Guardian: Things fall apart di Chinua Achebe.

Things fall apart

Nelson Mandela definì Chinua Achebe come “lo scrittore con cui crollavano le mura della prigione” e proprio la lettura di Things fall apart lo aiutò a resistere nei lunghi anni di prigionia.

Things fall apart (Il crollo), scritto nel 1958 dallo scrittore nigeriano Chinua Achebe, è il più importante romanzo della letteratura africana, adottato in moltissime scuole. La forza del romanzo sta nel darci un’immagine della società nigeriana prima del colonialismo e nel raccontare il mutamento che avviene con l’arrivo degli inglesi da un punto di vista esclusivamente africano.

La narrazione si svolge nei primi decenni del 1900 e tramite le vicende della vita di Okonkwo, eroe tragico del romanzo, viviamo anche noi la transizione vissuta nel Paese. Nella prima parte del libro Achebe ci descrive le credenze, i valori, i riti che scandiscono i principali avvenimenti della vita. Il protagonista, Okonkwo, è un uomo di etnia Igbo del villaggio immaginario di Umuofia che gode di grande rispetto nel suo villaggio e si è distinto per le sue capacità di lottatore. Cresciuto disprezzando il padre Unoka e vergognandosi di lui, un uomo considerato debole, quasi effeminato, in una società che esalta la mascolinità, Okonkwo per tutta la sua vita si sforza per essere l’esatto opposto del padre e rifiuta i valori in cui ritiene che il padre credesse. Se Unoka era un uomo pigro, forse solo sfortunato, gentile, che amava la musica e fare conversazione, Okonkwo è molto laborioso, coraggioso, violento con le sue mogli e i suoi figli, e rifiuta ogni cosa che percepisce come poco mascolina come la musica. Grazie alla sua forza e determinazione Okonkwo conquista una posizione rispettabile nel suo clan, è benestante, riesce ad avere tre mogli e molti figli. Nel libro conosciamo in particolar modo due di questi: Nwoye, il primogenito, che in molti aspetti assomiglia al nonno Unoka e che vedremo sarà una delusione per Okonkwo tanto quanto lo era il padre, ed Ezinma, la figlia preferita di Okonkwo, tant’è che molto spesso lo vediamo rammaricarsi del fatto che lei non sia uomo!

Nella prima parte del romanzo ci vengono illustrate le credenze degli Igbo, ad esempio il fatto che quando una donna partoriva più volte un bambino morto, o se il bambino moriva nei primi anni di vita, si credeva che fosse sempre lo stesso bambino tornato per tormentare la madre; se invece nascevano dei gemelli questi erano cattivo presagio ed andavano abbandonati nella foresta; gli albini venivano emarginati perchè considerati segno del male; ogni decisione degli anziani andava rispettata anche se considerata ingiusta.

E’ chiaro che sono le parti della popolazione che soffrivano con le leggi locali che vengono conquistate dal cristianesimo. Quando arrivano gli inglesi, infatti, questi si propongono alla popolazione innanzitutto con la religione più che con il potere politico/militare. Come è sempre avvenuto nella storia il messaggio di uguaglianza portato dalla nuova religione si diffonde rapidamente tra gli emarginati e i più sfortunati, questo anche grazie al temperamento mite e alla bontà di Mr. Brown, il reverendo che non ha pregiudizi ma anzi  dialoga con gli Igbo e cerca di capirne usi e tradizioni. Il suo successore invece, Mr. Smith, rappresenta l’intolleranza coloniale che andrà a scontrarsi con la popolazione locale.

Achebe presenta aspetti positivi e negativi sia degli Igbo come dei coloni; il personaggio di Okonkwo, molto rigido nelle sue posizioni e che potrebbe sembrare quasi insensibile, è bilanciato da altri personaggi più miti, così come dei coloni ci viene presentata la parte tollerante e quella che vuole solo imporsi e cancellare il passato.

Lo scopo di Achebe non è quello di fare una critica del colonialismo, ma di presentarci i fatti avvenuti dal punto di vista di chi è colonizzato, esaltando la cultura nigeriana; con lui viviamo il dramma di Okonkwo, un uomo strettamente legato alla propria scala di valori e che anche con i suoi modi rudi ci dice che un ideale può diventare la propria ragione di vita.

Mantenere la calma

I fatti di Parigi hanno sconvolto tutti noi, ci siamo scoperti indifesi di fronte ad un nemico vigliacco e barbaro. Ma chi e’ in realta’ questo nemico?

Quello che mi fa paura oltre al  fatto in se’ e’ la nostra reazione, in primo luogo dei media e di alcuni politici che non si rendono conto dell’enorme responsabilita’ che hanno certe  loro affermazioni in un momento cosi’ delicato, dove le tensioni sociali sono gia’ molto alte.

Sta a noi restare calmi, non correre ai forconi e cercare di capire cosa sta succedendo senza fare il gioco dei terroristi, senza far nascere una guerra di religione, perche’ come in tutte le guerre la religione c’entra ben poco.

Io mi sorprendo quando Hollande proclama che siamo in guerra e l’opinione pubblica improvvisamente si risveglia e cade nel panico. La guerra c’e’ e da quasi cinque anni, e non e’ possibile che siamo stati cosi’ indifferenti di fronte ai milioni di morti  che ci sono stati in Siria; anche quando si cita la terza guerra mondiale, per il numero di nazioni coinvolte nella guerra in Siria, non c’e’ da stupirsi se si usano questi termini. La guerra e’ lontana e non ci tocca, se non quando un commando di terroristi ci attacca o quando vieniamo travolti dal flusso migratorio, ma non e’ cosi’, la guerra  riguarda e come tutti noi. Se non vogliamo farci abbindolare da titoli tipo “colpiti i nostri valori”, dobbiamo capire che in Siria sta succedendo qualcosa di molto simile a cio’ che successe con la guerra di Afghanistan degli anni ’80, con conseguenze molto simili: nazioni che vengono trattate come pedine nell’enterna guerra fra Usa e Russia e risorse finanziarie e militari a gruppi terroristici poi andati fuori controllo.

Se guardiamo gli ultimi attacchi terroristici rivendicati dall’Isis vediamo che sono state colpite le nazioni che fanno parte della coalizione che sta intervenendo in Siria: gli attentati in Australia e Canada di alcuni mesi fa, l’attentato in Turchia, in Libano, l’aereo russo caduto in Sinai, infine Parigi. Non sono attacchi fatti per invidia al nostro modo di vivere, alla nostra liberta’, ma fanno parte di una guerra il cui disegno non e’ neanche ben chiaro. Trovo sconcertante da parte dei giornalisti tale atteggiamento, non so se per superficialita’, ingenuita’ o per un’espressa volonta’ di manipolarci.

Ed anche quando si parla di attacco alla civilta’, alla liberta’ solo quando viene attaccata Parigi resto senza parole. Al livello del singolo cittadino e’ normale che si provi piu’ empatia verso persone che consideriamo piu’ vicine a noi, la ritengo una cosa del tutto umana, ma a livello di media  e politici non si possono fare tali affermazioni perche’ si sta implicitamente affermando che gli altri non sono civili/umani.

Cerchiamo di informarci, di avere un atteggiamento critico verso i fatti, non restiamo come gli uomini della caverna di Platone. Siamo bombardati di informazioni, molte di queste superficiali e fuorivianti. Non cadiamo nella propaganda razzista e anti islam: quante delle persone che sparano a zero sull’islam hanno letto il Corano, e soprattutto quante di queste hanno letto sia la Bibbia che il Corano per fare un’analisi ragionata e capire quante cose in comune abbiano in realta’  cristianesimo e islam? Le tre religioni monoteiste sono religioni di pace, e la storia dovrebbe insegnarci che le guerre non sono mai mosse da motivi religiosi bensi’ da potere e denaro.

Quando Salvini va in tv facendo appello che ai bambini venga letta Oriana Fallaci, oltre che un atto criminale io vedo il fallimento del sistema scolastico. Se non e’ la famiglia ad insegnarci ad andare oltre la superficialita’ dovrebbe essere la scuola ad insegnarci ad avere un approccio critico, direi scientifico, verso la vita. Il problema filosofico della conoscenza e’ sempre un problema attuale, oggi si applica benissimo alla societa’ dell’informazione, dove sembra facile ed immediato trovare risposte, ma e’ molto difficile trovare quelle vere e soprattutto capire come cercarle. La liberta deve essere innanzitutto liberta’ intellettuale e questo richiede un grande sforzo e grande riflessione.

 

Delusioni letterarie

Se esiste il blocco del lettore credo di esserne affetta. Dopo alcuni libri iniziati e abbandonati ho letto “Dear Life” di Alice Munro; ero curiosa di leggere la Munro visto che e’ un premio Nobel e “Dear Life”, la sua ultima raccolta di racconti, era pubblicizzata come una delle sue opere piu’ rappresentative.  E invece i suoi racconti non mi hanno colpito particolarmente, li ho trovati delle semplici storie e niente piu’, non riscontrandovi questa maestria nell’indagare l’animo umano che le si riconosce (parere personale chiaramente!). Le protagoniste dei racconti della Munro sono le donne, spesso simbolo di vari aspetti, in conflitto, di una stessa personalità. Sicuramente uno stile molto particolare, che più che sulle emozioni vuole investigare la memoria che si ha di alcne emozioni, processo che è possibile fare solo con la maturità dell’età; tuttavia, come dicevo, non mi ha particolarmente entusiasmata. Le storie che preferisco sono le ultime, non solo quelle di ispirazione autobiografica, ma anche “In sight of the lake”, perchè secondo me questo stile con molti flash back rende di più quando la storia viene narrata in prima persona.

Pensavo quindi di andare sul sicuro con “Norvegian wood”, romanzo di Murakami che ha avuto grandissimo successo e forse a contribuire alla mia “delusione” c’è proprio la grande pubblicità che gli viene fatta e che mi ha creato troppe aspettative. Tra l’altro ho letto che lo stesso Murakami non lo considera affatto uno dei suoi libri migliori e che anzi rimase sorpreso dal successo che aveva avuto il romanzo.

“Norvegian wood” si discosta dal tema dell’assurdo, che e’ invece quello che mi piace di questo scrittore e che avevo trovato ne “Nel segno della pecora” e “Dance dance dance”.

Sicuramente la psicologia dei personaggi e’ ben descritta e per tutto il libro c’e’ un senso di tristezza che accompagna anche dopo la fine della lettura: come in Dance dance dance il tema e’ il passaggio ad una nuova fase della vita, in questo caso all’eta’ adulta, imparando a rapportarsi con il dolore, la morte e l’amore. Detto questo, e’ la maniera in cui vengono raccontati i fatti che non mi ha coinvolto piu’ di tanto, non e’ il Murakami che ti tiene incollato al libro anche se non parla di nulla e, diciamolo, se si tolgono le scene di sesso si toglie quasi meta’ libro.
Spero di ricredermi su quest’autore in futuro, perche'”Dance dance dance” e’ uno dei libri piu’ belli che ho letto quest’anno!

Belle de jour

belle de jour

Sogno e realtà si mischiano in “Belle de jour”, il celebre film del 1967 di Luis Buñuel con protagonista Catherine Deneuve, tratto da un romanzo di Joseph Kessel. Nel film ritroviamo tutti i temi caratteristici di Buñuel: l’inconscio, la sessualità, la critica anti borghese e anti clericale.
Il sogno è il mezzo usato dal regista per indagare l’inconscio di Severine, una giovane borghese moglie di un medico, che però non riesce ad avere rapporti fisici col marito (vediamo nel film che dormono in letti separati), ed è interessante vedere l’evoluzione delle fantasie di questa donna che si rifugia in esse usandole come terapia.
Sin dalla prima scena capiamo che Severine ha delle tendenze masochiste: sogna infatti che il marito la punisca facendola frustare, e queste tendenze diventeranno sempre più chiare nel corso del film.

Scopriamo durante il film che Severine è stata molestata da piccola e il regista attribuisce all’educazione cattolica il suo senso di colpa che da adulta le impedisce di vivere la vita matrimoniale; a riprendere il tema della critica all’educazione cattolica vi sono la scena in cui Severine bambina rifiuta di fare la prima comunione e la scena in cui Severine sogna il marito ed un suo amico che dicono che i nomi di alcuni buoi sono rimorso ed espiazione e subito dopo le tirano del fango addosso.
La vita di Severine, giovane borghese modello di virtù, prenderà una piega inaspettata (sarà vero?), rivelando sempre più le sue tendenze masochiste quasi in un climax.
Sogno e realtà non sono ben separati nel film, ma vi sono degli elementi che aiutano a capire quando si è in un sogno, come l’esasperazione di alcune situazioni (le scene nella casa di appuntamenti sembrano essere delle caricature, i clienti sono dei personaggi assurdi), o un suono di campanelli che si sente in più di una scena, o la misteriosa scatola di un cliente della casa di appuntamenti.
Buñuel è un maestro nell’indagare l’inconscio come il “posto” dove risiede la nostra sessualità e che rivela molto più di una persona che non la sua realtà; in “Belle de jour” vediamo come le esperienze passate, l’educazione possano determinare la sessualità di una persona, e come possa esserci una parte della personalità che viene fuori soltanto nel mondo delle fantasie/sogni, il tutto in un mix di tensione, tragedia e comicità.

Arte & Natura – Basilica di San Paolo fuori le mura (Roma)

Aderisco ad un’iniziativa lanciata da Alessandra di Libri nella mente che ha creato la rubrica “Arte & Natura” con lo scopo di conoscere e comunicare le bellezze dei luoghi in cui viviamo; un modo per conoscere meglio il nostro territorio e favorire il turismo locale. Qui il post dove Alessandra dà il via all’iniziativa e spiega come aderire.
Da poco mi sono trasferita in provincia di Roma e appena posso colgo l’occasione per esplorare questa bellissima regione. Inauguro quindi questo spazio con la visita alla basilica di San Paolo fuori le mura, ma  inserisco nella rubrica anche il post sul museo d’arte orientale di Roma che avevo visitato un paio di mesi fa.
Premetto che non sono nè una storica dell’arte nè una storica, questa è una visita virtuale proposta semplicemente da un’amatrice.

La basilica
San Paolo fuori le mura è una delle quattro basiliche papali di Roma, la seconda più grande dopo San Pietro, ed anche qui si celebra il rito CAM00340dell’apertura della porta santa negli anni giubilari.
La basilica è facilmente raggiungibile con la metropolitana, si trova lungo la via Ostiense al di fuori delle mura aureliane uscendo da Porta San Paolo (da qui il nome “fuori le mura”). Venne costruita sul luogo dove si trova la sepoltura di San Paolo ed oggi la tomba si trova sotto l’altare papale.

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Un po’ di storia
La prima basilica fu costruita nel I sec. d.C. dall’imperatore Costantino sul luogo della sepoltura di Paolo di Tarso, che fu da subito meta di pellegrinaggi. La curva dell’abside di questa prima chiesa, che aveva orientazione opposta all’attuale basilica, è visibile da sotto l’altare papale.
Nel IV sec. d.C. la basilica venne totalmente ricostruita sotto il regno congiunto dei tre imperatori Teodosio I, Graziano e Valentiniano II perchè troppo piccola rispetto al flusso di pellegrini che arrivavano ogni anno; questa struttura rimase intatta fino all’incendio del 1823.
Nei secoli vennero eseguiti dei restauri; tra i più importanti vi sono quelli dovuti a Galla Placidia, che fece realizzare l’arco trionfale, a papa Leone I a cui si devono i tondi con i ritratti dei papi e  a papa Gregorio I che fece rialzare il livello del pavimento nella zona del transetto.
Nel 1823 parte della basilica venne distrutta da un incendio; la ricostruzione iniziò sotto papa Leone XII e terminò sotto papa Pio IX, che inaugurò la nuova basilica nel 1854.

La basilica oggi
La chiesa presenta una pianta a croce latina e il suo aspetto attuale è dovuto principalmente all’architetto Luigi Poletti. Una delle sue caratteristiche sono i tondi con i ritratti dei papi da San Pietro a papa Francesco che percorrono la chiesa al di sopra degli archi che dividono le navate. I tondi sono realizzati con la tecnica del mosaico e a fondo oro e al di sopra di questi vi sono 36 affreschi raffiguranti la vita di San Paolo che vennero restaurati dopo l’incendio del 1823 in pochissimi anni.

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A separare il transetto dalla navata centrale vi è l’arco di Galla Placidia, così detto dal nome della committente, realizzato con la tecnica del mosaico e che raffigura un Cristo Pantocratore, i simboli dei quattro evangelisti ed i santi Pietro e Paolo.

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Accanto all’altare vi è il candelabro del cero pasquale realizzato nel XII secolo e attribuito a Pietro Vasselletto e Nicolò D’Angelo;  il candelabro è realizzato in marmo e raffigura dal basso verso l’alto motivi animali, vegetali, scene della passione e resurrezione di Cristo e vuole simboleggiare il superamento del peccato e della morte attraverso la resurrezione.

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Uscendo dal transetto si visita il chiostro, dove degli scavi effettuati negli anni 2000 hanno portato alla luce dei reperti funerari come alcuni sarcofagi; questa zona era infatti un’area cimiteriale tra il I a.C. e il IV d.C. e per questo motivo San Paolo venne sepolto qui.

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La targa – Andrea Camilleri

La targaUn quarto d’ora di divertimento è quello che si trascorre leggendo l’ultimo racconto di Andrea Camilleri “La targa”. Scritto quasi interamente in siciliano (potrebbe creare qualche difficoltà in più rispetto a Montalbano), il racconto “La targa” venne pubblicato nel 2011 come allegato del Corriere della Sera.
Trattandosi di un racconto i 10 euro di quest’edizione della Rizzoli sono decisamente troppi. Per poter arrivare alle 60 pagine è stato utilizzato un carattere enorme, non vi è nessuna prefazione, ma è invece allegata alla fine del romanzo una lettera scritta da un’affezionata lettrice a Camilleri, che fa delle osservazioni interessanti al racconto.
Con la sua ironia Camilleri ci porta nella Sicilia degli anni ’40, subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia e come sempre riesce a portarci dentro la storia, sembra di essere prima al circolo poi al consiglio comunale ad assistere ai litigi ed ai dibattiti sulla targa…..
La targa è il simbolo perfetto con cui Camilleri riprende il tema gattopardesco del “cambiare tutto perchè nulla cambi”, evidentemente caratteristica intrinseca della storia d’Italia.
La targa cambia come cambiano gli italiani, fino al limite dell’assurdo e del grottesco dell’iscrizione “Via Emanuele Persico – provvisoriamente caduto per la causa fascista”!