Il naso – Gogol

Se pensi a una parte del corpo che possa ispirare un’opera letteraria a cosa pensi?
Pirandello fa partire dall’osservazione del naso tutta una considerazione esistenziale in “Uno, nessuno e centomila” e Gogol ne ha tratto ispirazione per una novella dell’assurdo. Non guarderò più il mio naso come prima! Anzi eviterò di osservarlo per sicurezza!
Gogol pare fosse particolarmente sensibile all’argomento naso, tant’è che scherzava spesso sul proprio naso nelle lettere che scriveva agli amici. Lo stesso pseudonimo Gogol fa riferimento al naso (in russo un gogol è un tipo di anatra).

“Il naso” appartiene alla raccolta dei racconti di Pietroburgo e venne pubblicato nel 1836 nella rivista Il Contemporaneo, dopo essere stato rifiutato da altre riviste perchè ritenuto volgare.

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Immagine dalla copertina de “Il Naso” di Camilleri

Il racconto si divide in tre parti: nella prima parte una mattina un barbiere al suo risveglio trova nel panino preparatogli dalla moglie un naso, che riconosce essere il naso di un suo cliente, l’assessore di collegio Kovaliov. Costui è un burocrate che per darsi delle arie si fa chiamare maggiore. Il povero barbiere cerca di sbarazzarsi del naso gettandolo nella Neva, ma viene fermato da una guardia.

Nella seconda parte vediamo che Kovaliov quando si risveglia, quella stessa mattina, guardandosi allo specchio fa la spiacevole scoperta dell’assenza del suo organo olfattivo. Kovaliov si reca alla polizia per fare denuncia e lungo la strada vede il suo naso vestito in alta uniforme! Kovaliov lo insegue e gli ordina di tornare al suo posto, ma il naso ormai ha una vita propria e se ne va a bordo di una carrozza.

Alla polizia non vogliono aiutare l’assessore di collegio, che allora si reca presso un giornale per pubblicare un annuncio, ma la sua richiesta viene respinta in quanto troppo scandalosa per il giornale.

Kovaliov torna a casa disperato e qui arriva la guardia che aveva bloccato il barbiere e gli restituisce il suo naso, che però non si riattacca nemmeno con l’intervento di un dottore. Nel frattempo per Pietroburgo iniziano a spargersi notizie sulle avventure del naso…

Nella terza parte una mattina al suo risveglio Kovaliov ritrova il naso al suo posto; riceve a casa il barbiere che come sempre gli fa la barba e tutto continua come se nulla fosse successo.

Si tratta appunto di una novella dell’assurdo ed una delle critiche che furono mosse è che non avesse un significato profondo, o anzi che non ne avesse affatto. In realtà il racconto è una critica della burocrazia russa e della superficialità della società: se in uniforme anche un naso viene rispettato! Ma non solo, il naso diventa anche simbolo di presunzione e di superbia: appena perde il suo naso il rapporto di Kovaliov con il mondo cambia e la cosa mette in discussione la sua posizione di potere e il suo successo con le donne. Per Kovaliov l’apparenza e’ tutto e quindi la perdita dell’apparenza lo mette in crisi.
Il ricorrere al grottesco di Gogol mi ha ricordato un altro scrittore, Bulgakov, che ricorse anche lui all’ironia per fare una critica del sistema burocratico e che fu anche lui oggetto di censura.

Il racconto ha anche degli elementi onirici: inizia e termina al momento del risveglio dei personaggi, cosa che può far pensare che si sia trattato solo di un sogno e che spiegherebbe la nonchalance con cui i personaggi tornano alla loro vita; inoltre in russo la parola naso è nos e la parola sogno è son, una l’inverso dell’altra.

La madre è suprema

Stasera mi è tornato in mente questo brano tratto da “Things fall apart” di Achebe, che trovo molto commovente. Il brano si riferisce a quando il protagonista, Okonkwo, viene cacciato dal suo villaggio e mandato in esilio nel villaggio di cui era originaria la madre.

Per Okonkwo è un momento drammatico, lui che da solo aveva conquistato un posto di rilievo nella societa’ vive con disonore l’esilio. Lo zio  che lo ospita gli chiede se sa perchè uno dei nomi piu’ comuni sia Nneka, che significa “la madre è suprema”; Okonkwo non sa rispondere e allora lo zio gli dice:

“Ascoltami. E’ vero che un bambino appartiene a suo padre. Ma quando un padre picchia suo figlio questo cerca conforto nell’abitazione della madre. Un uomo appartiene alla terra del padre quando le cose vanno bene e la vita è dolce. Ma quando c’è dolore e amarezza l’uomo trova rifugio nella terra della madre. Tua madre è li’ per proteggerti. E’ sepolta li’. Ed ecco perchè diciamo che la madre è suprema.”

Solaris – Stanislaw Lem

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Solaris è un libro del 1961 dello scrittore polacco Stanislaw Lem ed è ritenuto un classico della fantascienza. Attraverso l’esplorazione dell’ignoto, di un pianeta alieno e delle difficoltà che i protagonisti si trovano ad affrontare, l’autore esplora in realtà la natura umana.

Solaris è un pianeta oggetto di studi approfonditi da parte degli scienziati da circa un secolo, tant’è che con il tempo si è sviluppato un ramo specializzato dedicato al pianeta, la “solaristica”. Nel libro ci viene data una descrizione dettagliata e scientifica del pianeta che orbita attorno a due soli, uno rosso ed uno blu, delle sue formazioni geologiche, e dell’oceano da cui e’ occupato interamente. Gli scienziati si interrogano proprio sulla natura di tale oceano, che pare essere senziente, sottoponendolo a molteplici esperimenti. Il protagonista del romanzo è lo psicologo Kris Kelvin, inviato in missione su Solaris per studiare un argomento oggetto di dibattiti e polemiche, ossia se il pianeta abbia capacità di comunicare o no.

Il libro inizia con l’arrivo di Kelvin su Solaris e subito ci immergiamo in un’atmosfera alquanto cupa: Gibrarian, uno dei membri della squadra presente in quel momento su Solaris, si è appena suicidato e gli altri due membri, Snaut e Sartorius, hanno dei comportamenti alquanto strani e la prima ipotesi di Kelvin è che siano in preda ad un esaurimento nervoso dovuto all’isolamento.

Tuttavia sin da subito Kelvin capisce che sta accadendo qualcosa di strano quando vede apparire le cosiddette “creazioni-F”: manifestazioni di persone appartenenti ai ricordi piu’ dolorosi del passato degli scienziati. A Kelvin si manifesta la copia di Harey, la moglie morta suicida dieci anni prima, ma che molto presto si rende conto che c’è qualcosa di strano in lei, ed è molto interessante vedere lo sviluppo del rapporto tra Kelvin e “Harey”.

I temi della comunicazione e dell’esistenza sono centrali in Solaris. La comunicazione si svolge su piu’ livelli: il tentativo di comunicazione con il pianeta Solaris, la comunicazione tra gli scienziati, governata dalla diffidenza, la comunicazione tra Kelvin ed Harey, piena di cose non dette.

Anche rispetto al tema dell’esistenza capire cos’è che definisce chi siamo è un concetto che viene affrontato osservando i comportamenti di Kelvin, di Harey e dello stesso oceano, e riuscire a darvi una risposta mette in crisi Harey, Kelvin e tutta l’equipe di scienziati. Ognuno ricorre a quelle che sono le proprie certezze, Kelvin ricorre alla scienza: nel momento in cui dubita della propria sanità mentale e anzi si trova combattuto tra lo sperare di essere impazzito e l’accettare la realtà che sta vivendo su Solaris, la cosa che fa per provare la propria sanita’ mentale è eseguire un calcolo estramamente complesso che poi verifica all’elaboratore!

Agli scienziati è chiaro che Solaris sappia leggere nelle loro menti, forzandoli a fare i conti con il proprio passato, ma sono quindi loro ad essere oggetto di un esperimento da parte di Solaris? La natura di Solaris è buona o è cattiva? Finora gli scienziati hanno sempre cercato di capire il pianeta, il suo modo di pensare, attribuendogli delle caratteristiche umane, ma impareranno che nel rapportarsi con “l’alieno” bisogna astrarsi da questo ed aprirsi a nuovi modi di comunicare.

IL SUPPLIZIO DEL LEGNO DI SANDALO – MO YAN

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Con uno stile molto particolare Mo Yan, premio Nobel per la letteratura nel 2012, ci porta nella Cina del 1900, periodo di grandi cambiamenti per il Paese. Per capire questo libro è necessario conoscere un minimo della storia e cultura cinesi, in particolare della ribellione dei Boxer e dell’opera cinese.

Si tratta di un romanzo “cantato” secondo lo stile dell’opera cinese e per come è strutturato credo che le traduzioni del libro, per quanto fedeli siano all’originale, non rendano la musicalita’ e il ritmo che l’autore ha voluto conferire al romanzo. Ogni capitolo è cantato/narrato da un personaggio diverso e questo ci permette sia di conoscere meglio ognuno dei protagonisti, sia di comprendere tutti gli aspetti della vicenda che si va componendo con i vari tasselli narrati dai vari personaggi.

Alla fine dell’Ottocento la Cina era stata indebolita dall’invasione giapponese e le grandi potenze europee l’avevano suddivisa in aree di influenza, facendo a gara per accaparrarsi concessioni territoriali, miniere e appalti per la costruzione di ferrovie. L’intolleranza verso gli occidentali era massima soprattutto perche’ questi erano impuniti ogni qual volta violassero le tradizioni e le regole di comportamento cinesi, oltre a commettere veri e propri crimini e soprusi. E’ in questo contesto che inizia la rivolta dei Boxer, che raggruppavano contadini, artigiani, ex soldati, piccoli funzionari; i Boxer odiavano in particolar modo l’estensione della rete ferroviaria, la costruzione di linee telegrafiche, la comparsa di navi sulle vie fluviali, l’introduzione di macchinari per tessere, perche’ minacciavano i loro posti di lavoro.

E’ in questo contesto che si svolge la vicenda narrata, una storia di ideali, di giustizia, di amore ma anche un monito contro le violenze “lecite” perpetrate dalle autorita’ statali.

I personaggi del romanzo sono: Sun Bing, famoso cantante dell’opera dei gatti che diviene poi capo della rivolta dei Boxer nel distretto di Gaomi; Sun Meiniang, figlia di Sun Bing, una ragazza bellissima dal carattere forte; Qian Ding, magistrato di contea che sara’ amante di Meniang; Zhao Xiaoja, un macellaio tontolone; Zhao Ja, padre di Zhao Xiaoja, il piu’ famoso e rispettato boia di tutta la Cina.

Sun Bing è il padre dell’opera dei gatti, grande teatrante e cantante, ma anche uomo coraggioso che cerca di ribellarsi ai soprusi degli invasori stranieri capeggiando la rivolta dei Boxer. L’opera dei gatti è una rappresentazione melodrammatica tipica della regione di Gaomi, in cui si svolgono le vicende, nata come lamento funebre e poi trasformatasi in una vera e propria operetta grazie a Sun Bing.

All’arte teatrale di Sun Bing si contrappone il mestiere di Zhao Ja, il piu’ importante boia del Paese, che ci racconta del suo lavoro come un’arte, anche se ho trovato alcune descrizioni di Zhao Ja non adatte ai deboli di stomaco….

Il libro diventa una rappresentazione teatrale modulata dai “miao miao” dell’opera dei gatti, dove ogni atto è cantato da uno dei personaggi. Proprio il fatto di conoscere i diversi punti di vista fa si’ che non ci sia un eroe, ogni personaggio ha i propri difetti e i propri valori e fa tutto quello che puo’ per rispettarli, limitatamente alle proprie possibilita’, cosa che ritroviamo soprattutto nei dibattiti interiori del magistrato di Gaomi.

Non c’è la contrapposizione buono/cattivo tra Sun Bing e Zhao Ja, ma la figura del boia, che saremmo portati a disprezzare, viene descritta come un’antica arte, come un mestiere che merita i riconoscimenti dell’imperatrice madre in quanto rappresenta l’applicazione della legge.

Nota dell’autore al libro:

Le lunghe descrizioni dei terribili supplizi che si trovano in questo libro hanno lo scopo di far conoscere al lettore le barbarie e gli orrori che si sono verificati nel corso della storia, per risvegliare in lui un cuore compassionevole.

Solo chi è dotato di compassione può essere particolarmente sensibile alle manifestazioni del male.

Il motivo per cui ho potuto e voluto scrivere un libro del genere è perché nella vita attuale continuano a verificarsi crimini che provocano la nostra indignazione e che perdipiù vengono lodati e premiati.

Sono un uomo debole che versa lacrime vedendo un carrettiere che frusta il suo cavallo: ogni violenza, passata e presente, mi turba l’intimo.

In questo libro ho trattato i motivi sociali che provocano la violenza, la psicologia malata di chi la pratica e l’apatia di chi vi assiste.

Soltanto chi conosce il male può evitarlo: soltanto conoscendo il demone che si nasconde nel cuore umano si può diventare santi.”

Things fall apart (Il Crollo) – Chinua Achebe

Inauguro il 2016 con un post in arretrato. Intanto auguro a tutti un felice 2016, sperando che il nuovo anno porti un clima più sereno di quello che stiamo vivendo.

Per quanto riguarda il blog spero di poter riparare presto il computer, che è il motivo per cui non riesco ad essere costante con i post, di scrivere più “pillole di scienza” e in generale di essere più presente.

Iniziamo l’anno con un libro che è stato inserito nella lista dei 100 migliori libri di tutti i tempi dal The Guardian: Things fall apart di Chinua Achebe.

Things fall apart

Nelson Mandela definì Chinua Achebe come “lo scrittore con cui crollavano le mura della prigione” e proprio la lettura di Things fall apart lo aiutò a resistere nei lunghi anni di prigionia.

Things fall apart (Il crollo), scritto nel 1958 dallo scrittore nigeriano Chinua Achebe, è il più importante romanzo della letteratura africana, adottato in moltissime scuole. La forza del romanzo sta nel darci un’immagine della società nigeriana prima del colonialismo e nel raccontare il mutamento che avviene con l’arrivo degli inglesi da un punto di vista esclusivamente africano.

La narrazione si svolge nei primi decenni del 1900 e tramite le vicende della vita di Okonkwo, eroe tragico del romanzo, viviamo anche noi la transizione vissuta nel Paese. Nella prima parte del libro Achebe ci descrive le credenze, i valori, i riti che scandiscono i principali avvenimenti della vita. Il protagonista, Okonkwo, è un uomo di etnia Igbo del villaggio immaginario di Umuofia che gode di grande rispetto nel suo villaggio e si è distinto per le sue capacità di lottatore. Cresciuto disprezzando il padre Unoka e vergognandosi di lui, un uomo considerato debole, quasi effeminato, in una società che esalta la mascolinità, Okonkwo per tutta la sua vita si sforza per essere l’esatto opposto del padre e rifiuta i valori in cui ritiene che il padre credesse. Se Unoka era un uomo pigro, forse solo sfortunato, gentile, che amava la musica e fare conversazione, Okonkwo è molto laborioso, coraggioso, violento con le sue mogli e i suoi figli, e rifiuta ogni cosa che percepisce come poco mascolina come la musica. Grazie alla sua forza e determinazione Okonkwo conquista una posizione rispettabile nel suo clan, è benestante, riesce ad avere tre mogli e molti figli. Nel libro conosciamo in particolar modo due di questi: Nwoye, il primogenito, che in molti aspetti assomiglia al nonno Unoka e che vedremo sarà una delusione per Okonkwo tanto quanto lo era il padre, ed Ezinma, la figlia preferita di Okonkwo, tant’è che molto spesso lo vediamo rammaricarsi del fatto che lei non sia uomo!

Nella prima parte del romanzo ci vengono illustrate le credenze degli Igbo, ad esempio il fatto che quando una donna partoriva più volte un bambino morto, o se il bambino moriva nei primi anni di vita, si credeva che fosse sempre lo stesso bambino tornato per tormentare la madre; se invece nascevano dei gemelli questi erano cattivo presagio ed andavano abbandonati nella foresta; gli albini venivano emarginati perchè considerati segno del male; ogni decisione degli anziani andava rispettata anche se considerata ingiusta.

E’ chiaro che sono le parti della popolazione che soffrivano con le leggi locali che vengono conquistate dal cristianesimo. Quando arrivano gli inglesi, infatti, questi si propongono alla popolazione innanzitutto con la religione più che con il potere politico/militare. Come è sempre avvenuto nella storia il messaggio di uguaglianza portato dalla nuova religione si diffonde rapidamente tra gli emarginati e i più sfortunati, questo anche grazie al temperamento mite e alla bontà di Mr. Brown, il reverendo che non ha pregiudizi ma anzi  dialoga con gli Igbo e cerca di capirne usi e tradizioni. Il suo successore invece, Mr. Smith, rappresenta l’intolleranza coloniale che andrà a scontrarsi con la popolazione locale.

Achebe presenta aspetti positivi e negativi sia degli Igbo come dei coloni; il personaggio di Okonkwo, molto rigido nelle sue posizioni e che potrebbe sembrare quasi insensibile, è bilanciato da altri personaggi più miti, così come dei coloni ci viene presentata la parte tollerante e quella che vuole solo imporsi e cancellare il passato.

Lo scopo di Achebe non è quello di fare una critica del colonialismo, ma di presentarci i fatti avvenuti dal punto di vista di chi è colonizzato, esaltando la cultura nigeriana; con lui viviamo il dramma di Okonkwo, un uomo strettamente legato alla propria scala di valori e che anche con i suoi modi rudi ci dice che un ideale può diventare la propria ragione di vita.

Delusioni letterarie

Se esiste il blocco del lettore credo di esserne affetta. Dopo alcuni libri iniziati e abbandonati ho letto “Dear Life” di Alice Munro; ero curiosa di leggere la Munro visto che e’ un premio Nobel e “Dear Life”, la sua ultima raccolta di racconti, era pubblicizzata come una delle sue opere piu’ rappresentative.  E invece i suoi racconti non mi hanno colpito particolarmente, li ho trovati delle semplici storie e niente piu’, non riscontrandovi questa maestria nell’indagare l’animo umano che le si riconosce (parere personale chiaramente!). Le protagoniste dei racconti della Munro sono le donne, spesso simbolo di vari aspetti, in conflitto, di una stessa personalità. Sicuramente uno stile molto particolare, che più che sulle emozioni vuole investigare la memoria che si ha di alcne emozioni, processo che è possibile fare solo con la maturità dell’età; tuttavia, come dicevo, non mi ha particolarmente entusiasmata. Le storie che preferisco sono le ultime, non solo quelle di ispirazione autobiografica, ma anche “In sight of the lake”, perchè secondo me questo stile con molti flash back rende di più quando la storia viene narrata in prima persona.

Pensavo quindi di andare sul sicuro con “Norvegian wood”, romanzo di Murakami che ha avuto grandissimo successo e forse a contribuire alla mia “delusione” c’è proprio la grande pubblicità che gli viene fatta e che mi ha creato troppe aspettative. Tra l’altro ho letto che lo stesso Murakami non lo considera affatto uno dei suoi libri migliori e che anzi rimase sorpreso dal successo che aveva avuto il romanzo.

“Norvegian wood” si discosta dal tema dell’assurdo, che e’ invece quello che mi piace di questo scrittore e che avevo trovato ne “Nel segno della pecora” e “Dance dance dance”.

Sicuramente la psicologia dei personaggi e’ ben descritta e per tutto il libro c’e’ un senso di tristezza che accompagna anche dopo la fine della lettura: come in Dance dance dance il tema e’ il passaggio ad una nuova fase della vita, in questo caso all’eta’ adulta, imparando a rapportarsi con il dolore, la morte e l’amore. Detto questo, e’ la maniera in cui vengono raccontati i fatti che non mi ha coinvolto piu’ di tanto, non e’ il Murakami che ti tiene incollato al libro anche se non parla di nulla e, diciamolo, se si tolgono le scene di sesso si toglie quasi meta’ libro.
Spero di ricredermi su quest’autore in futuro, perche'”Dance dance dance” e’ uno dei libri piu’ belli che ho letto quest’anno!